martedì 2 settembre 2008

settembre (un paio d'anni fa)

Stamane, alzandomi e gettando un’occhiata fuori dalla finestra, ho subito pensato che quella di oggi sarebbe stata una tipica giornata settembrina, grigia e piovosa. Una di quelle giornate che ti fanno capire senza mezzi termini che l’estate è finita. Settembre. C’è chi dice sia un mese del cazzo, a metà fra la stagione calda che gioca le sue ultime carte e un autunno che non presagisce nulla di buono. Sarà anche vero, ma per uno strano gioco di coincidenze e situazioni, o forse perché settembre – per sua natura - è un mese di bilanci e progetti, a me questo periodo dell’anno ha sempre detto qualcosa. Stamattina ho accompagnato mio fratello a sbrigare le prime pratiche per l’iscrizione all’università, e ripensavo ad un settembre di sei anni fa, quando, con una camicia bianca e poca barba, mi recavo in via balbi a completare gli stessi formulari. Con un po’ di nostalgia ricordavo l’entusiasmo e i timori, le prime lezioni, i primi esami. Lo scorso luglio quel capitolo della mia vita si è chiuso, per lui oggi è incominciato, in una piovosa giornata settembrina. Ripensavo al settembre di Ilaria e a quello di Valentina, e a quello stranissimo 20 settembre di tre anni fa, quando guardavo spaesato fuori dal finestrino di un bus diretto a Galway, fantasticando su quello che mi aspettava e annusando l’aria avido di nuovi odori. Ripensavo a me solo in macchina, un settembre di non so più quanti anni fa, a piangere solo sulle note dei modena, a piangere per cosa, non ricordo. Ripensavo ad una chiacchierata notturna con un amico, seduti sul ciglio della strada, per uccidere la rabbia con un’intesa, sforzandosi di capire, senza mai riuscirci.

Da bambino mi divertivo ad immaginare che le centinaia di auto che vedevo passare tutti i giorni dalla finestra di camera mia fossero tutte in partenza per qualche viaggio meraviglioso. Non concepivo che si prendesse l'autostrada solo per andare al lavoro. Impossibile. Specialmente di notte, quelle sagome che si distinguevano nell'oscurità grazie ai loro fari gialli erano tutte in partenza, e il bello era che io non sapevo dove stessero andando. Era l'idea del viaggio in sè che mi affascinava.

Settembre. Un’altra occhiata fuori dalla finestra, sta ancora piovendo. Mi scopro meno spensierato di qualche settembre fa. Forse, più consapevole. Certamente con la stessa voglia di partire.

Non so a voi, ma a me questa pioggia ha sempre detto qualcosa.

giovedì 28 agosto 2008

martedì 26 agosto 2008

settembre (un anno fa)

L’anno scorso (due anni fa, ndr), di questi tempi, scrivevo una riflessione che aveva come oggetto proprio questo mese, settembre. Mese di cambiamenti e bilanci, progetti ed aspettative. Dicevo che, a me, questo periodo dell’anno ha sempre detto qualcosa.
Sono tornato, per caso, su quelle parole, ad un mese esatto dalla mia partenza.
E, come spesso mi accade quando ritrovo i segni che ho lasciato sul sentiero, ho sorriso.

Se non altro, questo, per me, non sarà un settembre piovoso. È già una prima differenza, un primo segno della distanza, di una realtà altra. Ho sempre pensato che, per cogliere il senso delle cose, sia necessario ed inevitabile essere capaci di guardarsi indietro. Per capire chi sei, devi guardare a chi ti ha preceduto. E così, per capire dove sei, devi guardare dove sei stato.
E allora ho ripercorso i passi che mi hanno condotto fino qua. Se voglio trovare un inizio, un principio, il primo passo, devo risalire a quasi quattro anni fa, durante una conversazione con don Matteo, quando per la prima volta parlai di turismo responsabile. Lui mi disse che gli pareva una cosa buona. Credo che l’idea prese forma durante i mesi irlandesi, quando ho scoperto, per la prima volta, una dimensione altra del viaggio. L’Irlanda è stata molto importante, per tutto. Tornai con l’idea di provare a percorrere questa strada, visto che, allora, non riuscivo neanche a capire da cosa fossi affascinato. Forse dal desiderio di rendere accessibile quello stato di sospensione estatica che avevo provato, la prima volta, sul bus da Dublino a Galway.
Da allora l’ultimo anno di università, gli esami cercati, la tesi. Decisi di prenderla alla larga, di partire, per parlare del viaggio, da Adamo ed Eva. Ancora una volta, sapersi guardare indietro.
Fondamentali, poi, i silenzi. Ho sempre cercato di coltivare il dubbio, di non concedermi a presunte verità urlate. Non ho verità tonanti. Cerco il mio spazio, amo la bellezza, sono convinto che esista la Verità, ma non la possiedo. Nel dubbio, chino il capo, o almeno tento di farlo. E così l’esigenza di trovare luoghi e tempi per mettere in discussione tutto, per rinnovare le domande, per sentirsi fragili e nudi. E da lì ripartire.
L’anno trentino ha dato gambe a quella che rimaneva, fino a quel momento, un’ambizione romantica. Un anno intenso, ricco di soddisfazioni, ma anche difficile, doloroso.
E poi il Brasile, che ha portato con sé un vento di serenità. Non certo una tranquillità imbecille, quella che finge di dimenticare e tiene lontano. Tutt’altro. La serenità di trovarsi al posto giusto, di aver salutato chi ti ha preceduto e di portare con te un’eredità risplendente, di percepire, nella separazione, il gusto e la gioia dell’incontro. E ancora, il potersi confrontare faccia a faccia con qualcosa che, fino ad ora, avevo solo fantasticato.

Negli ultimi tempi, spesso, mi sono sentito chiedere che cosa andassi a fare in Brasile. In realtà, neanche oggi l’ho spiegato. Ma, forse, vi ho detto qualcosa di più importante.

E qui è tutto un lasciarsi permeare, nella consapevolezza che potrò portare a casa solo immagini, frammenti, che per capire la diversità, per viverla, occorre tutta una vita, e forse neanche.

Solo uno spezzato. Acampamento Olga Benario, MST (Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra). Baracche di legno e plastica, a lato della strada federale, a ridosso dei confini della fazenda, della terra per la quale stanno lottando.
Due anni e mezzo di un’esistenza – letteralmente – ai margini.
La strada, una minaccia continua. Già un bambino, l’anno scorso, ha perso la vita. L’acqua, a due chilometri di cammino. La luce, solo quella del sole, che, spesso, brucia.
Due anni e mezzo di attesa paziente, di protesta non violenta, per rivendicare un proprio diritto, il diritto alla terra. Il fazendero, il padrone, probabilmente non ricorda neppure di possederla, in una società dove il latifondismo è ancora la regola, nonostante Lula.
Sabato la comunità farà il passo, varcando i confini della fazenda.
Sabato sarò là, a festeggiare con loro.
Un’altra esperienza che diverrà ricordo.

Ed ecco che, ad un terzo del cammino, mi chiedo dove tutto questo mi porterà.
Naturalmente non ho risposte, e so che, le avessi, sarebbero sbagliate.
Ed è ciò che mi affascina di più.

lunedì 14 luglio 2008

i milanesi ammazzano il sabato


La mia vita è un chilometro da qua

So quello che ho

La certezza di ogni novità

E’ il senso di abitudine già dalla sua metà

Ma se non fermassi qua

Guidando fino a che

Fino a svanire e ridere

Morire oppur rivivere

Me solo per me

La mia casa è un chilometro da qui

Con tu ed emma un regno

Beh ecco il vostro re

martedì 8 luglio 2008

a forza di essere vento


Čvava sero po tute i kerava jek sano ot mori i taha jek jak kon kašta vašu ti baro nebo avi ker. kon ovla so mutavla kon ovla ovla kon aščovi me ğava palan ladi me ğava palan bura ot croiuti.

Poserò la testa sulla tua spalla e farò un sogno di mare e domani un fuoco di legna perché l'aria azzurra diventi casa chi sarà a raccontare chi sarà sarà chi rimane io seguirò questo migrare seguirò questa corrente di ali.

Giorgio Bezzecchi, italiano e sinti, scrisse questi versi per Fabrizio De Andrè. Khorakhanè, da Anime Salve, si chiude con questo canto in lingua rom.
Giorgio Bezzecchi il giorno 6 giugno è stato schedato nel campo di nomadi di Milano-Rogoredo, tra la tangenziale est, la ferrovia e sotto i cavi dell'alta tensione.

"Censimento dei rom", secondo il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, da dieci giorni super commissario per gli zingari con gli ampi poteri previsti dall'ordinanza della Presidenza del Consiglio pubblicata in Gazzetta il 30 maggio. "Una schedatura umiliante" secondo Giorgio Bezzecchi, 47 anni.

In quel pozzo di piscio e cemento.
A forza di essere vento.

lunedì 12 maggio 2008

buona la prima

Forse il problema vero non sono i contenuti di questo pacchetto sicurezza, definito da Francesco Cossiga "una follia" (dichiarando: "Se lo presenteranno capeggerò non l'opposizione, ma la rivolta"), i contenuti che, a quanto pare, saranno intrisi di malcelata xenofobia. Auspico che le conseguenze reali siano contenute, anche se, da come è partita, ci si può aspettare di tutto.

Il punto, però, credo sia un altro.
Il fatto che, dietro a questo provvedimento, ed altri analoghi, vi sia una menzogna.
La sicurezza NON è una priorità del paese. Non occorre essere dei profeti per rendersene conto.

Assistiamo ad una meschina strategia finalizzata a dare risalto a qualcosa che, oggettivamente, non merita tutta questa attenzione.

Concentriamoci su altro, grazie.

venerdì 2 maggio 2008

otherside

Io l'ho sempre pensata così, la Chiesa, come uno spazio.

Uno spazio libero, dove ci si possa sentire liberi di ridere, se è il caso, o piangere, se ne sentisse la necessità.

Uno spazio di speranza, speranza fondata su una verità incompresa, non dominata. Amata, forse, cercata, senz'altro. Ma non posseduta. "Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto."
Dolcezza e rispetto, già.

Sono triste che la Chiesa Vaticana sià così distante da tutto questo.
Ma sono felice che esistano spazi così. Dimore di Dio fra gli uomini. www.dominustecum.it