mercoledì 24 dicembre 2008

Xmas

Con qualcuno, una sera di qualche settimana fa, si diceva che a 15 anni non ci credi quando ti dicono che l’età adulta porta con sé problematiche sconosciute. Ti pare che perdere la testa per un compagno di scuola sia davvero tutto, che non possa esistere sensazione più avvolgente di quella.
In effetti avevamo ragione, anche a 15 anni. Il nostro mondo sono le relazioni che viviamo, sempre, in ogni tempo ed in ogni luogo. Anche quando la linea d’ombra è varcata, e guardi indietro a quegli anni con un sorriso, e una lacrima.

Voglio fermarmi, questo Natale.
Voglio fermarmi un istante.

Sono accadute molte cose.
Siamo partiti, lasciando a casa qualcosa di ingombrante, e abbiamo avuto il coraggio di tornare.
Ci siamo amati, follemente, ma anche con tenacia, e qualche volta abbiamo dovuto dirci addio.
Abbiamo bevuto due bottiglie di vino, una per il tempo del gioco, l’altra per un’occasione davvero importante. E una terza è rimasta in cantina, perché già sapevamo che presto avremmo avuto motivo di brindare ancora.
Siamo diventati madri e padri, senza mai credere veramente che fosse possibile.
Abbiamo corso a lungo, per uccidere la rabbia, e ci siamo scambiati sguardi d’intesa, che valgono più di tante parole.
Ci siamo fermati a guardare in faccia la paura, fino a quando è stata lei a voltarci le spalle.
Siamo stati capaci di guardarci dentro, ed affrontare noi stessi. E, lì, da quello che abbiamo visto, siamo ripartiti.

Sono accadute molte cose.
E ne accadranno di nuove.

Il nostro sguardo non si può esaurire nello spazio delimitato dai nostri passi. Questo non lo augurerei a nessuno.
Ma non vi auguro nemmeno di volare alto, di attraversare cieli che ci attraggono solo per la loro incommensurabile vastità.

Vi auguro invece di calcare il passo sulla vostra strada, concedendovi di lasciar spaziare lo sguardo oltre l’orizzonte.

sabato 8 novembre 2008

vado a lavorare per obama


Ho deciso, signori. Rompo un silenzio durato troppo a lungo, per un annuncio importante.
Mi sono reso conto che Barack Obama ha bisogno di me.
Per questo ieri, ho compilato l'application sul sito preposto. Forse mi ha convinto il post dell'amico Lalù, che ha giustamente smorzato i toni partecipando al dibattito sulla presunta negritù del president-elect. E devo dire che cliccare su "submit form" mi ha anche dato una discreta soddisfazione.

Poi ho pensato che effetto farebbe la stessa cosa qui da noi.
Un bel sito nuovo, di quelli da 20 mln, con il sorrisone di Silvio.
Che gran peccato che qui non sia successo, magari avrei mandato il mio civì anche a lui.

Non che gli yankees si siano sempre distinti per lungimiranza politica. Hanno eletto e rieletto Giorgio, dopo tutto. Ma stavolta, onore al merito.
C'hanno avuto le palle. E si sono scrollati di dosso i fallimenti e le falsità di una pessima amministrazione. Optando per il nuovo.

Yes, they can.
We can't.

lunedì 22 settembre 2008

dreams

C'è sempre un momento in cui ti pare che la linea d'ombra si stia avvicinando.
E' stato un pensiero che mi ha accompagnato, fino a quando, come sempre accade con le cose davvero importanti, mi sono voltato indietro guardando negli occhi il me stesso che ero, la linea d'ombra alle spalle.
Ricordo anche che una paura, la più banale e la più vera, mi attanagliava quando pensavo al momento del passaggio. Avevo paura di cambiare, di iniziare a leggere il mondo con altri schemi, di farmi trascinare da logiche che non avrei scelto.

Così mi sono promesso di lasciare sempre uno spazio, di non negare - almeno non in toto - questa naturale tensione verso il possibile che sentivo far parte di me.

Non smettere di sognare.

Ieri l'altro è stato ripreso in mano un sogno, che, un anno fa, non mi lasciava dormire la notte.
Forse rimarrà tale. Forse no.

Nasce un'alba già invernale, fra poco uscirò di casa e respirerò l'aria frizzante di Trento.
Quel sogno, intanto, è tornato a vivere.

mercoledì 17 settembre 2008

settembre (questo)

"Ogni tanto qualcuno si chiude. Ogni volta che ascolto quest'espressione mi viene in mente Giustino Fortunato, che nei primi anni del '900 - per conoscere la situazione dei paesi della dorsale dell'Appennino meridionale - aveva camminato a piedi per mesi, raggiungendoli tutti, soggiornando nelle case dei braccianti, ascoltando le testimonianze dei contadini più rabbiosi, imparando che voce e che odore avesse la questione meridionale. Quando poi era diventato senatore, gli capitava di tornare in questi paesi e chiedeva delle persone che aveva incontrato anni prima, quelle più combattive che avrebbe voluto coinvolgere nei suoi progetti politici di riforma. Spesso però i parenti gli rispondevano: "Quello s'è chiuso!". Chiudersi, diventare silenzioso, quasi muto, ua volontà di scappare dentro di sè e smettere di sapere, di capire, di fare. Smettere di resistere, una scelta di eremitaggio presa un momento prima di sciogliersi nei compromessi nell'esistente."

Non ho trovato parole mie che meglio esprimessero l'atmosfera di questo settembre.
Magari, se siete nella decina di persone che capitano su questa pagina, potreste pensare che questo è un settembre triste, rispetto ai due precedenti. Che il sottoscritto ha abbandonato le proprie tensioni oniriche, che si rifugia in una quotidianità, della cui mediocrità è consapevole, e che si rassegna ad essere ragioniere della continuità.

In realtà, è vero l'opposto.
Certo, non è un settembre facile, non guido nella notte con il vento nei capelli, e la persona amata al mio fianco. Cerco di scrivere questa storia e di esserci, con pazienza e determinazione. Veglio e ascolto. Corro, spesso.

Ma non mi chiudo.

martedì 2 settembre 2008

settembre (un paio d'anni fa)

Stamane, alzandomi e gettando un’occhiata fuori dalla finestra, ho subito pensato che quella di oggi sarebbe stata una tipica giornata settembrina, grigia e piovosa. Una di quelle giornate che ti fanno capire senza mezzi termini che l’estate è finita. Settembre. C’è chi dice sia un mese del cazzo, a metà fra la stagione calda che gioca le sue ultime carte e un autunno che non presagisce nulla di buono. Sarà anche vero, ma per uno strano gioco di coincidenze e situazioni, o forse perché settembre – per sua natura - è un mese di bilanci e progetti, a me questo periodo dell’anno ha sempre detto qualcosa. Stamattina ho accompagnato mio fratello a sbrigare le prime pratiche per l’iscrizione all’università, e ripensavo ad un settembre di sei anni fa, quando, con una camicia bianca e poca barba, mi recavo in via balbi a completare gli stessi formulari. Con un po’ di nostalgia ricordavo l’entusiasmo e i timori, le prime lezioni, i primi esami. Lo scorso luglio quel capitolo della mia vita si è chiuso, per lui oggi è incominciato, in una piovosa giornata settembrina. Ripensavo al settembre di Ilaria e a quello di Valentina, e a quello stranissimo 20 settembre di tre anni fa, quando guardavo spaesato fuori dal finestrino di un bus diretto a Galway, fantasticando su quello che mi aspettava e annusando l’aria avido di nuovi odori. Ripensavo a me solo in macchina, un settembre di non so più quanti anni fa, a piangere solo sulle note dei modena, a piangere per cosa, non ricordo. Ripensavo ad una chiacchierata notturna con un amico, seduti sul ciglio della strada, per uccidere la rabbia con un’intesa, sforzandosi di capire, senza mai riuscirci.

Da bambino mi divertivo ad immaginare che le centinaia di auto che vedevo passare tutti i giorni dalla finestra di camera mia fossero tutte in partenza per qualche viaggio meraviglioso. Non concepivo che si prendesse l'autostrada solo per andare al lavoro. Impossibile. Specialmente di notte, quelle sagome che si distinguevano nell'oscurità grazie ai loro fari gialli erano tutte in partenza, e il bello era che io non sapevo dove stessero andando. Era l'idea del viaggio in sè che mi affascinava.

Settembre. Un’altra occhiata fuori dalla finestra, sta ancora piovendo. Mi scopro meno spensierato di qualche settembre fa. Forse, più consapevole. Certamente con la stessa voglia di partire.

Non so a voi, ma a me questa pioggia ha sempre detto qualcosa.

giovedì 28 agosto 2008

martedì 26 agosto 2008

settembre (un anno fa)

L’anno scorso (due anni fa, ndr), di questi tempi, scrivevo una riflessione che aveva come oggetto proprio questo mese, settembre. Mese di cambiamenti e bilanci, progetti ed aspettative. Dicevo che, a me, questo periodo dell’anno ha sempre detto qualcosa.
Sono tornato, per caso, su quelle parole, ad un mese esatto dalla mia partenza.
E, come spesso mi accade quando ritrovo i segni che ho lasciato sul sentiero, ho sorriso.

Se non altro, questo, per me, non sarà un settembre piovoso. È già una prima differenza, un primo segno della distanza, di una realtà altra. Ho sempre pensato che, per cogliere il senso delle cose, sia necessario ed inevitabile essere capaci di guardarsi indietro. Per capire chi sei, devi guardare a chi ti ha preceduto. E così, per capire dove sei, devi guardare dove sei stato.
E allora ho ripercorso i passi che mi hanno condotto fino qua. Se voglio trovare un inizio, un principio, il primo passo, devo risalire a quasi quattro anni fa, durante una conversazione con don Matteo, quando per la prima volta parlai di turismo responsabile. Lui mi disse che gli pareva una cosa buona. Credo che l’idea prese forma durante i mesi irlandesi, quando ho scoperto, per la prima volta, una dimensione altra del viaggio. L’Irlanda è stata molto importante, per tutto. Tornai con l’idea di provare a percorrere questa strada, visto che, allora, non riuscivo neanche a capire da cosa fossi affascinato. Forse dal desiderio di rendere accessibile quello stato di sospensione estatica che avevo provato, la prima volta, sul bus da Dublino a Galway.
Da allora l’ultimo anno di università, gli esami cercati, la tesi. Decisi di prenderla alla larga, di partire, per parlare del viaggio, da Adamo ed Eva. Ancora una volta, sapersi guardare indietro.
Fondamentali, poi, i silenzi. Ho sempre cercato di coltivare il dubbio, di non concedermi a presunte verità urlate. Non ho verità tonanti. Cerco il mio spazio, amo la bellezza, sono convinto che esista la Verità, ma non la possiedo. Nel dubbio, chino il capo, o almeno tento di farlo. E così l’esigenza di trovare luoghi e tempi per mettere in discussione tutto, per rinnovare le domande, per sentirsi fragili e nudi. E da lì ripartire.
L’anno trentino ha dato gambe a quella che rimaneva, fino a quel momento, un’ambizione romantica. Un anno intenso, ricco di soddisfazioni, ma anche difficile, doloroso.
E poi il Brasile, che ha portato con sé un vento di serenità. Non certo una tranquillità imbecille, quella che finge di dimenticare e tiene lontano. Tutt’altro. La serenità di trovarsi al posto giusto, di aver salutato chi ti ha preceduto e di portare con te un’eredità risplendente, di percepire, nella separazione, il gusto e la gioia dell’incontro. E ancora, il potersi confrontare faccia a faccia con qualcosa che, fino ad ora, avevo solo fantasticato.

Negli ultimi tempi, spesso, mi sono sentito chiedere che cosa andassi a fare in Brasile. In realtà, neanche oggi l’ho spiegato. Ma, forse, vi ho detto qualcosa di più importante.

E qui è tutto un lasciarsi permeare, nella consapevolezza che potrò portare a casa solo immagini, frammenti, che per capire la diversità, per viverla, occorre tutta una vita, e forse neanche.

Solo uno spezzato. Acampamento Olga Benario, MST (Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra). Baracche di legno e plastica, a lato della strada federale, a ridosso dei confini della fazenda, della terra per la quale stanno lottando.
Due anni e mezzo di un’esistenza – letteralmente – ai margini.
La strada, una minaccia continua. Già un bambino, l’anno scorso, ha perso la vita. L’acqua, a due chilometri di cammino. La luce, solo quella del sole, che, spesso, brucia.
Due anni e mezzo di attesa paziente, di protesta non violenta, per rivendicare un proprio diritto, il diritto alla terra. Il fazendero, il padrone, probabilmente non ricorda neppure di possederla, in una società dove il latifondismo è ancora la regola, nonostante Lula.
Sabato la comunità farà il passo, varcando i confini della fazenda.
Sabato sarò là, a festeggiare con loro.
Un’altra esperienza che diverrà ricordo.

Ed ecco che, ad un terzo del cammino, mi chiedo dove tutto questo mi porterà.
Naturalmente non ho risposte, e so che, le avessi, sarebbero sbagliate.
Ed è ciò che mi affascina di più.